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sabato 9 aprile 2011

Posthumous Reviews - Smiths “The Queen is Dead”: delirio e onnipotenza del sovrano canterino







A 25 anni dalla sua uscita...

Critici e aficionados li attendevano al varco. Dopo l’iniziale album omonimo “The Smiths” (1984), dirompente e persuasivo come tutte le opere prime e dopo il poetico realismo del secondo “Meat is murder” (1985), evocativo, già dalla copertina, di più acuti riferimenti allo struggente panorama post punk inglese, i quattro di Manchester riposizionano chitarre e microfoni sull’opulenta scena musicale britannica. Parliamo di “The Queen is dead” terzo long playing degli Smiths, pubblicato nel 1986 ancora una volta dall’etichetta indipendente londinese Rough Trade Records. Oltre mezz’ora di musica racchiusa in dieci brani che non deludono le aspettative, anzi. Dieci preziose armonie marchiate a lettere candide e sferzanti, soavemente pronunciate sulla fronte di chi non li riteneva capaci di triplicare la posta. Un album che segna dunque non tanto la maturazione del gruppo, indefinita ed effimera categoria critica, quanto il superamento della più audace tra le sfide assegnate alle rock band: andare oltre il secondo album e fare di quantità virtù. Loro lo fanno e non a caso, “The Queen is dead” viene subito considerato quasi universalmente,tra i tre dischi pubblicati fino all’86, quello migliore, anche, pare, contro lo stesso severo giudizio dei suoi artefici. Bigmouth Strikes Again (traccia n.6) e There Is a Light That Never Goes Out (traccia n.9), pezzi più rappresentativi del lavoro, catturano magneticamente per la prima volta molti frequentatori del genere new wave a volte, prima di allora, persino ignari dell’esistenza di Morrissey, Marr, Rourke e Joyce, spesso restii alle interviste e al clamore patinato di altri gruppi a loro coevi e per questo invisi a giornalisti e sedicenti musicofili radiotelevisivi. La chitarra e il testo di “Bigmouth” (…now I know how Joan of Arc felt as the flames rose to her roman nose…) e il liberatorio sconforto di “There is a Light…” (Driving in your car, oh please don’t drop me home) rendono i brani, protagonisti assoluti della storia musicale inglese. Tutto il lavoro comunque, scorrere via rapidamente, aperto dal trionfante avvertimento dei tamburi di The Queen is Dead, brano introduttivo che da il titolo all’LP, seguito poi dalla magistrale alternanza dei classici stilemi smithiani. Si costruiscono così, struggenti liriche esistenziali (il cuore della poetica morrissiana) come I Know it’s over e Never Had No One Ever e piacevoli evasioni come Cemetry Gates e The Boy with the Thorn in His Side, incastonate tra le due canzoni manifesto sopra citate. L’album è tra l’altro sostenuto dall’ennesima “genialata” del front man Morrissey, ovvero la scelta della foto di copertina che riprende un sognante Alain Delon immortalato in tinte nero verdi in L'insoumis pellicola del lontano 1965. Anche la cover senza mai offuscare il primato delle note, contribuisce a celebrare il valore di un disco, bello sin dal primo ascolto che sarà destinato probabilmente a non restare l’ultimo.

martedì 29 marzo 2011

Infedele di nome e di fatto


Non ci sono dubbi: se dovessimo scegliere un unico aggettivo per descrivere il format del talk show di Gad Lerner, in onda tutti i lunedì su La7, ce ne verrebbe in mente solo uno: infedele! Ovvi riferimenti a parte, proviamo a capirne il perché.
Il programma, che secondo i maligni rischierebbe di passare alla storia (anche ndr) per l’incursione telefonica di Berlusconi dello scorso 24 gennaio, può essere considerato “infedele” per almeno tre motivi: gli ospiti, la scenografia e i temi.
Nomi come quelli di Imma Vitelli, Ouejdane Mejri, Alfredo Mantica o Renata Pisu, solo per citare gli opinionisti dell’ultima puntata, non dicono molto al grande pubblico televisivo ma segnano di sicuro il primo evidente confine tra i talk show “nazional popolari” e quello di Lerner, caratterizzato da differenti “tele - visioni” del mondo.
La trasmissione è quindi “infedele” (ovvero “non conforme al più diffuso standard di riferimento”) perché sceglie ospiti unici, non riciclati e riciclabili e di conseguenza, con un punti di vista “eretici” rispetto ai più, magari già visti, sentiti e rilanciati mille volte nell’interminabile galassia mediatica moderna di agenzie, giornali, tv, radio e siti web.
L’ospite di professione di conseguenza è poco gradito e il “ricambio d’aria” è sempre assicurato. Non a caso, a quelli cosi detti ufficiali, citati sistematicamente in anticipo nel promospot del programma (insieme alle loro “inedite” foto!), si affiancano quasi sempre le seconde linee, interlocutori (ancor) meno illustri dei primi ma con la stessa capacità di graffiare e incidere sul dibattito, tutti seduti strategicamente nelle retrovie dello studio e pronti a lanciare spunti taglienti, come arcieri nascosti nella foresta antistante il terreno di battaglia in attesa dell’ok del comandante.
Si tratta solitamente di esperti sul campo, interlocutori capaci di restituire senso pratico alla conversazione, messo a volte a rischio da alcuni eccessi di dottrina. Questa indubbia ricchezza di punti di vista, rappresenta però anche un primo punto di debolezza: tanti ospiti, vuol dire poco tempo per gli interventi, nonostante il programma termini alle soglie della mezzanotte.
Passiamo adesso alla scenografia. Essenziale per catturare l’attenzione e la curiosità del telespettatore, lo studio che ospita il programma comunica da subito ai nostri occhi uno spazio aperto, un agorà in cui è possibile ragionare seduti su spartane poltroncine rosso fuoco e semplici sedie di legno, le stesse che troveremmo nelle piazze o nei circoli culturali di paese, sedie che contrastano plasticamente i comodi divani di molti talk show, così diverse e “infedeli” da far pensare al rapporto “sedie scomode uguale dibattito scomodo” vs. “poltrone comode uguale dibattito sonnolento”.
Ai lati dello studio, creativi murales con gli slogan che sintetizzano i temi della puntata, riproduzioni aggiornate dei manifesti 6x3 che riempiono le nostre città. I murales confermano il riferimento scenografico ad un atipico circolo televisivo in cui è presente l’Italia dotta al fianco dell’Italia proletaria, per quanto a volte nel programma sembri predominare la voce dell’intellighenzia milanese e dell’universo economico settentrionale che le gira intorno, non sempre ben rappresentato negli altri contesti televisivi.
Dulcis in fundo, la scelta e la gestione dei temi e dei titoli, originale collante nell’impalcatura generale della trasmissione, specchio preciso della mente del suo conduttore e vero spartiacque tra il programma di Lerner e gli altri talk. Le conseguenze dell’Amore, In cerca dell’anima, L’amore al tempo del rancore, La filosofia dei ricconi, Una riflessione sul crocefisso, questi alcuni titoli del programma che dichiarano l’originalità dei fatti e dei temi su cui dibattere. I temi infatti non sembrano obbligati ad inseguire la cronaca, ma piuttosto a prendere da questa solo lo spunto per percorrere poi autonomi sentieri di ricerca e di riflessione, consentendo ragionamenti e divagazioni meno emotivi e più approfonditi. Si cerca dunque di informare dialogando. Ne vien fuori dunque alla fine un format sicuramente diverso e per questo degno di essere definito (rispetto agli altri dei colossi Rai e Mediaset) “infedele di nome e di fatto”, infedele come il suo titolo e infedele come quasi tutte le conduzioni di Lerner di cui il programma è un organico “tutt’uno”. Si tratta di un appuntamento pieno di tanti piccoli punti di vista diversi e di altrettante piccole e grandi storie (a volte crude ed enormi) che gli altri media spesso preferiscono bypassare e che l’ex direttore del Tg1, con l’appoggio dei suoi vertici aziendali, ha deciso coraggiosamente e strategicamente di adottare nella prima serata del lunedì, depistando palinsesti e opinione pubblica televisiva.
Un “lusso” o forse un compito da tv pubblica, ben interpretato da un network privato sempre meno di nicchia e sempre più sotto l’incuriosita lente d’ingrandimento di pubblico e cultori della materia.

giovedì 24 marzo 2011

Niente di Personale di Antonello Piroso: bon ton e giornalismo passano al martedì.


Chi di voi finora la domenica sera era distratto dal dio pallone e si era rassegnato all’equazione “talkshow televisivo uguale caciara”, da questa settimana in poi, ha l’occasione per ricredersi guardando Niente di Personale, il programma di La7 di Antonello Piroso che dal 22 marzo è passato dal giorno festivo al martedì, dopo Otto e mezzo della Gruber.
Chiariamo subito che il cambio di palinsesto non è da attribuire al programma “in oggetto” ma ai deludenti ascolti de “Il Contratto – Gente di Talento” l’audace trasmissione di Sabina Nobile fin qui mandata in onda il martedì e da oggi riciclata al sabato pomeriggio, dopo il tg delle 13. Il tentativo di trasformare la ricerca di un contratto di lavoro a tempo indeterminato in reality televisivo non ha (fortunatamente! ndr) convinto gli ascoltatori.
Ex direttore del telegiornale de La7, da alcuni mesi affidato al guru Enrico Mentana, Piroso, continua senza batter ciglio (e sempre in maniche di camicia), la sua opera di normalizzazione del dibattito televisivo. Due i suoi programmi: Ahi Piroso in onda la mattina dalle 10 alle 11 circa e Niente di Personale.
Il format di NdP, nell’affollato mare di talk show italiani, è semplice e allo stesso tempo accattivante: ospiti di primo piano a cui dopo una breve presentazione, sono sottoposte 9 domande in ordine sparso accompagnate da fotografie e citazioni riprese sullo spartano wall che giganteggia nello studio.
Assolutamente banditi, schiamazzi e parolacce a garanzia di uno stile di conduzione sobrio e “fuori moda” in cui riescono a convivere bon ton, arguzia e quesiti di stampo anglosassone che garantiscono confronti a volte anche accesi ma mai urlati. Certamente lo scambio 1 a 1, protegge il dibattito da urla, voci accavallate e continue interruzioni della serie “a casa non staranno capendo nulla; se non la smettete vi tolgo la parola”. Siam sicuri però che Piroso sarebbe capace di tenere comunque a bada anche più di un interlocutore contemporaneamente, mantenendo fede all’ “etica” e ai dettami della sue interviste, spesso intervallate, come nel caso di Niente di Personale, da piacevoli e irrituali letture di romanzi o opere teatrali. Da segnalare poi le originali e coinvolgenti video sigle di Silvia Mattioli, costruite ad opera d’arte sui più scottanti temi di attualità.
L’esordio infrasettimanale di martedì 22, non è comunque passato inosservato anche (e soprattutto) per le presenze del catalizzatore Marco Travaglio, apprezzato editorialista de Il Fatto Quotidiano e punta di diamante di Anno Zero e dell’imprenditore e finanziere franco tunisino Tarak Ben Ammar, azionista de La7 e socio del nostro primo ministro. Risultato, oltre mezzo milione di telespettatori (527.000 con uno share del 2,17%). A completare il parterre di ospiti della “prima puntata”, il cantante Sergio Caputo, l’attrice Gabriella Pession, l’imitatrice Virginia Raffaele, Fulvio Abbate e Adriano Panatta coppia fissa del programma del mattino di Piroso. Un bell’esempio di tv ragionata che a un anno dalla nascita della secondogenita di casa Telecom Italia Media (La7d), contribuisce sicuramente ad arricchire e potenziare le possibilità di scelta del telespettatore.

lunedì 21 marzo 2011

Il Gioiellino, storia del crack Parmalat. "Se i soldi non ci sono, inventiamoceli!"

Il Gioiellino, bella pellicola del regista Andrea Molaioli sul crack Parmalat (produzione italo francese... guarda un po'...). Non un capolavoro, ma un film sicuramente da guardare, nonostante siam certi non farà sfracelli al botteghino e nonostante la cronaca (nerissima!) di quegli anni risulti a mio parere, un po' troppo "addolcita e compressa" da tempi ed esigenze cinematografiche.

Il film si presenta in ogni caso come una rara mosca bianca tra "gli immaturi manuali d'amore", "le vite facili degli amici miei" o "i maschi vs femmine da non giudicare", effimere pellicole che confermano in questi giorni (qualora ce ne fosse stato bisogno!) la definitiva decadenza del cinema italiano, farcito di "fotocopie in salsa Zelig"(con la Cortellesi,Bisio e Cristian De Sica che passano per “maestri”...sigh!).

Le buone interpretazioni di Toni Servillo (il cinico direttore finanziario), Remo Girone (“il proprietario”) e Sarah Felberbaum, senza dimenticare l'ottimo Lino Guanciale (vincitore del premio Gassman che interpreta il dirigente “pentito”), descrivono i mediocri retroscena che portano alla caduta del gigante del latte, tra incompetenza manageriale, gestione “creativa” delle finanze e totale assenze di controlli in un sistema economico, bancario (e borsistico…) forse troppo debole e interessato per comprendere e governare efficacemente i successi delle aziende (sane) e soprattutto per prevenire coscientemente le misere disfatte di certa allegra imprenditoria made in Italy.

Sullo sfondo, un italietta di provincia piena di segretarie sorde, cieche e mute, yes man, giornalisti "distratti" e banchieri onnipotenti, unici reali "deus ex machina" dello stivale.

Sufficiente la colonna sonora che avrebbe forse meritato una ricerca più approfondita specie per accompagnare e impreziosire le scene più significative del racconto (dichiarazione del fallimento societario su tutte).

Peccato infine che manchino espliciti riferimenti alle vittime del patron del latte, ancora oggi in attesa di risarcimenti, un assenza chissà, forse voluta per richiamarne, alla fine, un'altra: quella della giustizia.

Giudizio finale: 7 euro spesi bene!

martedì 28 dicembre 2010

Brevi riflessioni e divagazioni su “Alice senza Niente”. A Pietro De Viola



Innanzitutto, complimenti a Pietro! Complimenti per il racconto; complimenti “anche e semplicemente” per il (solo) fatto di averlo terminato, perché è questo il primo grande scoglio da superare: crederci e raggiungere il traguardo. Complimenti per l’intelligente campagna di diffusione sulla rete, davvero intelligente, d’avanguardia ed efficace, se si considera che non è costata nulla e che ha prodotto una gran bella opera.

L’opera. Passiamo dunque all’ “opera”.

A mio modesto parere il racconto ha una sua “contemporanea” particolarità che lega totalmente e “obbligatoriamente” lo schema narrativo al contenuto, rendendolo a tutti gli effetti un romanzo “odierno”.

Il pathos presente nel libro non scaturisce infatti dall’evoluzione di una o più storie, uno o più personaggi, uno o più intrecci (non c’è alcun “climax ascendente” come direbbero i critici letterari) ma vive nella descrizione stessa della quotidianità dell’unica protagonista.

Alice sa che non ci sono e non ci potranno essere miglioramenti significativi nella sua vita e quindi non può esserci narrazione dinamica nella descrizione della sua “fabula”.

L’odierna realtà non consente atti eroici o rivoluzioni di cui essere protagonisti, ideali o valori da difendere strenuamente in vista di un risultato plausibile e accettabile, perché risultati non possono esserci; non ci sono battaglie da combattere perché il risultato è scontato e si chiama sconfitta, bocciatura o mancata assunzione.

Per questo, a cause di colpe non sue, la vita di Alice è ferma ad un presente incompiuto e il suo racconto legato ad un tempo sempre uguale (ogni giorno è uguale ad un altro di chissà quanti anni prima) e quindi ancora più incompiuto della sua esistenza.

In questo aspetto della narrazione, c’è a parer mio, tutta la modernità e l’attualità del racconto. I “nostri” romanzi (quelli della “nostra” generazione”) sono “per legge” privi di possibili vere svolte perché così sono le nostre esistenze (senza un lavoro stabile, una sede stabile, un rapporto stabile, un conto stabile, un progresso di carriera etc. etc.).

Ecco allora perché lo stile e il contenuto “moderno”, non può che essere questo, sia che si descriva l’alienante esistenza di un ventottenne precario, sia che, introducendo una personale divagazione/provocazione rispetto ai temi di Pietro De Viola, si parli della mediocre esperienza di vita degli “impiegati 1000 euro”, ovvero l’anelato traguardo delle Alice di tutto il mondo.

Anche loro tra le righe sono biasimati, pur essendo “fortunati impiegati delle grandi catene di distribuzione”; in realtà appaiono alienati quanto Alice, tanti automi rimbecilliti da tv e prodotti firmati, tutti uguali agli altri, probabilmente più vuoti ed esasperati della stessa Alice precaria.

Le due “narrazioni” non sono in contrasto. Non esiste un vero e proprio duello “precario vs impiegato” (anche se per Alice non è ammissibile che un lavoratore possa lamentarsi!).

In realtà, lo ripeto, la questione è più ampia, è generazionale (anche se l’autore non sarà probabilmente d’accordo con me, essendo questa tesi in contrasto con il libro): la vita del moderno lavoratore 1000 euro (un autentico dio per Alice) è la conseguenza tragica (ma paradossalmente paradisiaca!) del precariato.

Con 1000 euro si sta meglio che con zero euro ma non c’è comunque vera svolta e si torna dunque al punto di partenza nella più classica metafora del gatto che si morde la coda. Nessuno oggi sembra realmente interessarsi dell’inserimento dei giovani nella società, a iniziare forse proprio da loro, eterni iscritti al club del “non mi riguarda”.

La modernità non assicura condizioni di lavoro e futuro stabile ai cosi detti “giovani” (dottorandi,laureati, diplomati etc.) ma quando le “concede” rischiano di essere frustranti quanto le prime; ecco allora le cassiere laureate esaurite e depresse da clienti incontentabili e turni massacranti; ecco gli addetti alla selezione del personale che fingono di essere interessati alla causa del recruitment aziendale leggendo “stancamente” un foglio preparato da chissà quale dirigente di chissà quale filiale; ecco impiegati costretti a spostarsi ogni tre mesi da una regione all’altra; ecco ragazze a cui vietano di restare in cinta, etc. etc.

De Viola ha il merito di fotografare molto bene una parte di questa realtà con una “storia senza troppe storie”, primo sguardo su un tema ahinoi molto complesso che necessiterebbe ovviamente di tante altre analisi e “ribellioni” e di altri racconti “moderni”.


CONTINUA...

sabato 16 ottobre 2010

In ricordo del GIORNALISTA Antonio Russo


Dieci anni fa moriva in Cecenia per mano delle truppe putiniane Antonio Russo, GIORNALISTA di Radio Radicale.

Russo era un free-lance, abituato a vivere in prima persona gli eventi più scottanti che non aveva MAI voluto iscriversi all'Ordine dei giornalisti per sentirsi un "giornalista".

Aveva rifiutato collaborazioni con giornali prestigiosi, poiché così si sentiva libero di raccontare senza veti le realtà della guerra e – diceva – le atrocità che le popolazioni civili erano costrette a subire.

Non aveva famiglia. E' morto solo e dimenticato dall'establishment. Così , con pochissimo, lo vogliamo ricordare.